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Un altro partner molto particolare entra alla FIERA dello SPORT Digital

  • Immagine del redattore: Luca Serafini
    Luca Serafini
  • 3 apr
  • Tempo di lettura: 5 min
Smiling woman in green top, library background. Text: "The Sliding Blog," "Dai bivi all’azione," and "Daniela Lapegna."
Daniela
Cristiano
Cristiano

Quando e perché nasce The Sliding Blog? 

The Sliding Blog nasce come primo pensiero, come prima vera intuizione, nel giugno 2024, a seguito di un sogno arrivato in un momento molto particolare della mia vita. Era un periodo segnato da un forte stato emotivo, dalla voglia di cambiamento e dalla necessità di reagire a una delusione lavorativa. Ricordo ancora che, nel cuore della notte, svegliai Daniela dicendole: “Ho in mente il nome di un blog.”


La mattina seguente registrai subito il dominio sliding-doors.blog.

Poi però quel progetto è rimasto fermo per un anno, come in attesa del momento giusto per prendere davvero vita. Quel momento è arrivato il 25 luglio 2025, una data per noi molto simbolica: era infatti la data alternativa del nostro matrimonio, nel caso in cui non fossimo riusciti a sposarci il 7 luglio 2025.

Abbiamo quasi giocato con la numerologia, desiderando fortemente quel 7/7/2025, e in qualche modo, con la nascita del blog il 25 luglio, abbiamo completato quel significato, dando vita al nostro personale 777.

Dopo 10 anni di relazione, non ci siamo solo sposati tra di noi, ma anche con questo progetto che oggi è diventato a tutti gli effetti, il nostro terzo figlio.

 

Quali obiettivi avete raggiunto e su quali progetti lavorate?

Quando abbiamo dato vita al blog, non ci eravamo ancora posti un obiettivo ben definito. Abbiamo iniziato semplicemente a scrivere di ciò che conoscevamo, di ciò che avevamo vissuto e di quello che stavamo studiando. All’inizio, quindi, non vedevamo ancora con chiarezza una meta concreta.

Con il passare dei mesi, però, ci siamo resi conto che ogni passo compiuto, se inserito nel momento giusto e in continuità con il successivo, stava tracciando una direzione precisa. È stato proprio questo percorso a farci capire quale forma stesse assumendo il blog e dove ci stesse portando.

Da questa consapevolezza è nata anche l’idea di sviluppare una parte consulenziale, Sliding Doors Consulting, con l’obiettivo di mettere a disposizione degli altri le nostre competenze e la nostra passione.

Per noi è stata una soddisfazione enorme, perché, pur essendo una realtà nuova in un panorama ricco di consulenti, siamo stati accolti nel network professionale de Il Sole 24 Ore. Un risultato che, sinceramente, non ci aspettavamo, così come non ci aspettavamo l’interesse e la vicinanza di altre realtà che oggi si stanno avvicinando al nostro progetto.

Sicuramente il blog ci ha aiutati a dare una direzione chiara a ciò che stavamo costruendo, passo dopo passo. E proprio il prossimo passo sarà anche il più importante: abbiamo deciso di dare una vera casa al nostro progetto, chiamandolo Sliding Moment Lab.

Sarà uno spazio multifunzionale in cui benessere, coaching e formazione si incontrano e dialogano tra loro. In questo momento, è il progetto più grande e significativo su cui stiamo lavorando.

 

Quale ruolo ha l’AI nella vostra attività?

Parto da una considerazione che per me oggi ha un sapore quasi profetico. Recentemente, un mio ex collega mi ha ricordato che, in uno scambio di email del 2019, avevo scritto che da lì a qualche anno il mondo sarebbe cambiato, soprattutto nel settore delle risorse umane. Era un episodio che avevo completamente dimenticato, ma rileggendolo mi sono reso conto che, in fondo, avevo già aperto una domanda importante, anche se allora non ebbe seguito.

La verità è che nel 2024, quando ormai era esplosa la “mania ChatGPT”, guardavo ancora con molto scetticismo all’ingresso dell’intelligenza artificiale nel nostro lavoro. Anzi, ero tra quelli che si autoconvincevano che l’AI ci avrebbe sottratto lavoro. Non riuscivo ancora a coglierne fino in fondo la potenza e, soprattutto, l’opportunità.

Poi è successo qualcosa. Un giorno, mentre pulivo il terrazzo dalle erbacce, ho iniziato ad ascoltare una puntata di Raffaele Gaito in cui intervistava Nello Cristianini. È stato uno Sliding Moment potentissimo. Mentre strappavo erbacce, sentivo accendersi dentro di me emozioni nuove e una consapevolezza diversa.

In quel momento ho capito che l’AI non stava togliendo qualcosa, ma stava restituendo qualcosa a me: la mia parte creativa, quella che avevo smarrito. Da lì ho iniziato a guardarla per quello che davvero può essere: una grande opportunità.

L’intelligenza artificiale ci permette di accelerare enormemente alcuni processi. Quello che prima avremmo realizzato in dieci giorni di lavoro continuativo, tra operatività e studio, oggi può prendere forma in molto meno tempo. Detto questo, voglio essere onesto: non è tutto così immediato come spesso si racconta. Dietro ogni contenuto restano il pensiero, la visione, la sensibilità e il tempo umano. Per realizzare un contenuto ben fatto ci impieghiamo comunque dalle due alle tre ore, e in alcuni casi anche tre o quattro giorni.

La differenza, però, è enorme: non si tratta più di impiegare dieci o trenta giorni per arrivare a un risultato, ma di poter dedicare più energia alla qualità, alla riflessione e alla creatività. Ed è proprio qui che, oggi, per noi l’AI trova il suo ruolo: non come sostituzione, ma come alleata nel dare forma più velocemente e meglio alle idee.

 

Perché avete deciso di partecipare alla Fiera dello Sport Digital e cosa vi aspettate da questa esperienza?

Il Covid ha trasformato profondamente, almeno per un periodo, il modo in cui le persone vivevano la presenza e si rapportavano ai contenuti digitali, spesso anche in modo negativo. Ma ci ha lasciato anche insegnamenti importanti: ci ha mostrato che si può lavorare a distanza, che si possono costruire relazioni anche a distanza e che il digitale non coincide necessariamente con qualcosa di freddo, distante o poco autentico.

Negli ultimi anni, però, si è avvertita una forte spinta a recuperare la dimensione pre-Covid: gli incontri in presenza, gli eventi dal vivo, le fiere fisiche. Ed è giusto così, perché il contatto umano diretto continua a fare una grande differenza.

Oggi viviamo in un tempo diverso, non drammatico come quello della pandemia, ma comunque pieno di domande. Ci chiediamo tutti in che mondo vivranno i nostri figli. Un mondo attraversato da guerre, minacce nucleari, robotica sempre più avanzata e intelligenze artificiali capaci perfino di entrare nella sfera relazionale. Ci domandiamo se un domani i ragazzi finiranno per confidarsi più con ChatGPT che con un amico vero, se studieranno, si alleneranno e costruiranno relazioni sempre più mediate dall’AI.

In questo scenario, c’è però un elemento che l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire: lo sforzo fisico e mentale di un atleta. La determinazione, la disciplina, la fatica, la resilienza e la capacità di superare i propri limiti restano profondamente umane.

Certo, la tecnologia può essere un supporto straordinario. Può aiutare ad allenarsi meglio, a simulare situazioni, a ottimizzare i tempi, a migliorare la preparazione e la performance. Ma allo stesso tempo richiede equilibrio, perché l’accelerazione dei carichi, degli strumenti e delle metodologie può anche aumentare i rischi, dagli infortuni fino a un possibile accorciamento della carriera sportiva.

Abbiamo deciso di partecipare alla Fiera dello Sport Digital proprio per questo: perché crediamo che oggi sia fondamentale esserci nei luoghi in cui si riflette seriamente sul rapporto tra umano e tecnologia. Questa fiera rappresenta bene un’idea in cui ci riconosciamo: quella di un’intelligenza artificiale a supporto dell’uomo, e non in sua sostituzione, in un ambito come lo sport dove il centro resta ancora la persona, con il suo corpo, la sua mente e la sua volontà.

Da questa esperienza ci aspettiamo confronto, ispirazione e nuove connessioni. Ci aspettiamo di incontrare visioni, strumenti e persone capaci di interpretare il cambiamento senza subirlo, mantenendo saldo un principio per noi fondamentale: la tecnologia può aiutare tutti a migliorarsi, ma non potrà mai sostituire ciò che rende unico un atleta, cioè la sua umanità.


 
 
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